mercoledì 30 dicembre 2009

Pensavo di scrivere...

...tanti post in questi giorni: auguri di Natale, magari una lettera di protesta a Babbo Natale contro la solita invasione televisiva di film americani su di lui con morale buonista natalizia (tra l'altro il vecchio Santa Claus, da un punto di vista narrativo, è piuttosto privo di interesse. Troppo piatto e buono. Sarebbe molto più interessante la befana...), i classici propositi per l'anno nuovo, un aggiornamento sulla chiavi di ricerca e tanto altro.
Il tempo, però, è davvero poco e non ho fatto ai passanti neppure gli auguri di Natale. Corro ai riparo con gli auguri di buon inizio d'anno.
Attenti agli oroscopi che in questi giorni stanno prendendo il posto dei film sul vecchio vestito di rosso (ma la nostra non era una società in cui la scienza ha modificato il modo di pensare?)

lunedì 21 dicembre 2009

Racconto scheletrico

Se da una parte sono molto soddisfatto del risultato dei corti, quest'anno mi è andato meno bene con le 300 parole di Scheletri (visto che mi sono classificato solo 34imo contro il nono posto dello scorso anno). In ogni caso, vi propongo anche qui il micro-racconto con cui ho partecipato.
Innamorati come polli allo spiedo
L'odore del pollo l’investì, appena sveglia. Uscita di casa Silvia notò una scritta accanto alla macelleria: IO E TE, INNAMORATI COME. La frase pareva unirsi all’insegna: Polli allo spiedo. Sbatté gli occhi. Il graffito era scomparso. Adorava la vita universitaria. Soprattutto da quando aveva conosciuto Luca. “A che pensi?” le chiese lui, accoccolato accanto a lei. “Che mi piace vivere qui. Mi sono affezionata persino all’odore.” “Luca e Silvia, innamorati come polli allo spiedo”, scherzò lui. Il cuore di Silvia sobbalzò. Aveva dimenticato la frase letta poche ore prima. Una scritta diversa ogni mattina le anticipava con precisione la giornata. CHI CADE, CADE. E, in facoltà inciampava sulle scale. NOI DUE STRETTI NELLA PIOGGIA. E la sera Luca la baciava sotto l’acquazzone. TI STO VICINO. Dopo la lezione, Silvia aveva invitato a casa una compagna. “Qui abitava Ricky”, esclamò questa entrando. “Chi?” “Il writer. Morì mentre suonava il pianoforte del bar all’angolo. Dicono non avesse mai suonato prima.” NELLE NOTTI PIÙ SCURE, STAMMI LONTANA. La luce mancava in tutta la via. Tranne che per quel debole bagliore vicino al muro. Silvia sussultò. La scritta stava comparendo sotto i suoi occhi. NON AVVICINAR Silvia invece si avvicinò. Il bagliore, di forma umana, pareva voltato verso di lei. Le faceva cenno di star ferma. Lei allungò la mano verso l’alone luminoso. Si ritrovò, tra le dita, una bomboletta spray. Distinse un uomo, forse Ricky. Piangeva, ripetendo: “Non dovevi” Nell’aria risuonò una voce, dolorosa come metallo incandescente: “IL PATTO È ASSOLTO: UN’ALTRA ANIMA, AL POSTO DELLA TUA. UN’ANIMA CHE POSSA DIVERTIRMI.” Ricky svanì. “ORA SEI MIA. ALMENO FINO A QUANDO...” “Qui abitava Silvia. Quella che ha dipinto il graffito.” “Silvia? È la firma sul racconto di cui, ogni giorno, trovo un pezzo.” Franco prese dei foglietti e lesse: L'odore del pollo l’investì, appena sveglia...

giovedì 17 dicembre 2009

Questione di fiducia

Avete mai provato a tenere il conto delle persone che vi provano a fermarvi, mentre fate un giro per il centro? Escludendo, ovviamente amici e conoscenti. Io sì. Fra i tre e i sei mi fermano per chiedermi qualche spicciolo (almeno sono sinceri ed economici). Un paio di ragazzi africani vorrebbero vendermi i libri che, dicono, sono di scrittori del loro continente. Un tipo con un banchetto mi chiede “una firma contro la droga”. Mi avvicino, per capire meglio. Magari firmo. Lui aggiunge che ci sarebbe da dare un’offerta di almeno dieci euro. Poi una ragazza, con un sorriso e un pettorale, mi dice “aspettavo proprio te”. La guardo per un istante e lei immediatamente chiede soldi per la causa X. Un’altra ragazza, poco più in là, mi piazza in mano una cartolina. “Per soli dieci euro te la porti a casa e fai del bene alla causa Y”. Poi qualcuno mi chiede “Ti piace leggere?” “Certo che mi piace. Sono un lettore acrobatico [=di quelli che leggono persino a testa in giù sull’autobus N.d.B.].” Quasi senza accorgertene, mi trovo trascinato in un negozio. No, non vogliono un rene. Tentano solo di convincermi a firmare un abbonamento che mi costringerebbe a comprare un libro, a loro scelta, ogni mese. E in fondo alla strada chi c’è ad aspettarmi? Il ragazzo in giacca e cravatta che mi vuol invitare a un corso per migliorare la memoria. La mia, non la sua che, pure, ne avrebbe bisogno, visto che una volta, per provare a neutralizzarlo, gli ho risposto “tanto poi mi dimentico di venirci.” Lui c’è rimasto malissimo, ma il giorno dopo si era già scordato di me: “Posso invitarti a un corso per migliorare la tua memoria?” E tutto questo nell’arco di dieci minuti. Ora non voglio discutere la legittimità di ciascuno di questi soggetti. Il problema è che, ormai, se qualcuno mi ferma per strada, penso subito che sia interessato solo a chiedermi denaro. Sarebbe bello un mondo in cui qualcuno mi fermasse e mi dicesse: “Ti piace leggere.” “Sì” “Dai.! E hai letto qualche bel libro di recente? Sai, mi piace chiederlo a degli sconosciuti. Scopro un sacco di autori nuovi in questo modo…” Dopo il giro (o meglio lo slalom) in centro rientro a casa. Nemmeno tre minuti dopo suonano alla porta. “Amore aspettavi qualcuno?” “No.” Vado ad aprire. “Buongiorno, potremmo parlare con lei del senso della vita?” Amanti della filosofia e del confronto dialettico? No testimoni di Geova. Mezz’ora e di nuovo: DLIN DLON. “Se mi fa accomodare, le pulisco tutti i tappeti.” Gruppo di volontariato per la salute dei tappeti? No, venditori di qualche marchingegno per pulire. DLIN DLON. “Posso farle vedere la mia biancheria?” Streap tease a domicilio? No. Venditori ambulanti di mutande. DLIN DLON. “Le piace leggere.” Anche qui? Ma mi hanno pedinato? E così, un po’ per volta hanno minato la fiducia nella purezzadelle intenzioni altrui. Chi mi cerca chiede soldi. O (peggio?) l’anima. Così quando l’altra sera hanno bussato e, fra le parole che mi diceva il tipo, ho colto solo “dare soldi” e “Anna”. Ho detto “Ha sbagliato. Qui non abita nessuna Anna.” Il tipo insiste e non ho alcuna voglia di aprire. Perché quando fai entrare i venditori porta a porta o peggio i cercatori di anime, puoi stare tranquillo che il tempo perso sarà tanto. Così persisto nel tentativo di convincerlo ad andare via: non voglio comprare nulla. Niente. Spossato, apro. È il fattorino della pizzeria Anna. Ieri sera abbiamo ordinato due pizze e hanno sbagliato il conto. Oh, bene, penso, è qui per chiedere soldi che mancavano nel conto. Invece no. Mi hanno caricato due euro in più per sbaglio ed qui per restituirli. Non credo alle mie orecchie. Mi è capitato due o tre volte, in pizzeria, di accorgermi che stavano provando a fregarmi sul conto e ho avuto difficoltà a convincerli che avevo ragione. Mi è successo di ritrovarmi un elastico nella pizza e doverla pagare ugualmente. Per i successivi due giorni, mi sono sentito in colpa col fattorino per non essermi subito fidato. Poi ho capito la fiducia è una merce rara e ora la pizzeria Anna può ha un cliente fisso in più. Perché la mia fiducia se l’è meritata.

mercoledì 16 dicembre 2009

Piccole soddisfazioni dagli Ultracorti...

Come già dicevo qui, l'invasione degli UltraCorti è un concorso dell'Edizioni XII, che porterà alla pubblicazione di una antologia di Micro-racconti.
Già due miei racconti (da 1800 caratteri) si erano guadagnati la pubblicazione arrivando in semifinale.
Adesso, nella  finale, altri miei due racconti si sono qualificati (uno nella categoria 900 caratteri e un altro in quella da 200).
L'elenco completo dei racconti selezionati in finale la trovate qui. Se non avete voglia di cliccare sul link, i titoli dei miei due sono:
  • L'uomo nuovo (categoria 900 cc)
  • Messaggio dallo scienziato che scoprì la via di comunicazione con l'Aldilà (categoria 200 cc)

Ora aspettiamo solo che manca solo che venga reso noto il nome del vincitore del concorso (ovvero il Re dei Corti).

lunedì 7 dicembre 2009

Il Signore delle acque

Il gioco è sempre Minuti Contati. Si tratta di un concorso a tempo: l'Aguzzino dà il tema e lo START. Nel corso dell'ultima edizione sera il tema era "La vendetta dell'eterno secondo", da svolgere in 90 minuti e 3000 caratteri.

Qui di seguito trovate il mio raccontino (che non mi soddisfa al cento per cento... ma il tempo era scarso)

Il Signore delle acque

Il gruppetto di ragazzine mi travolge. Mi giro a guardare. Tre ragazzi, pantaloni strappati, tatuaggi, metallo ovunque e capelli biondi. Sono certo siano cantanti, anche se non li conosco. Sono troppo vecchio per la musica pop. “Dean, sei bello come un dio greco!”, urla una delle fanciulle. Eretica. Non sa cosa dice. Se avesse visto Apollo… ma lui ha scelto di esiliarsi sul sole. “Questo mondo non lo capisco” mi ha detto. Una ragazza si è fermata. Guarda me. “Tu non veneri i cantanti?”, le chiedo. “Non so nemmeno chi sono.” “E sai chi sono io?” “Mi scusi. Non volevo fissarla, ma lei è identico alla statua di Nettuno in piazza Maggiore.” Sorrido: “Nettuno. In anni recenti mi chiamavano così. Io preferisco Poseidone.” Aggrotta le sopracciglia, poi decide di stare al gioco: “Io sono Silvia. Se le offro un caffè, mi racconta che ci fa il dio del mare a Bologna?” “Bei tempi quelli in cui noi dominavamo il mondo. Il filosofi iniziavano a immaginare l’universo. E poi la poesia, l’arte, le guerre eroiche. Allora gli uomini sapevano di aver bisogno di noi. Bei tempi. Ma anche amari. Se solo fossi stati io il re dell’Olimpo. Dopo che uccidemmo Crono, ce li giocammo a sorte i regni. Zeus vinse terra e cielo, io il mare e ad Ade, poverino, toccò l’oltretomba. Fratelli, la mia vittoria non è la vostra sconfitta, disse Zeus. Se ne dimenticò in fretta. E fra noi iniziò la rivalità. Io ebbi un figlio, Teseo, grande eroe, campione dell’umanità. Lui mise al mondo Eracle e ancora oggi gli umani ricordano solo lui. L’altro giorno l’ho visto persino in un fumetto di supereroi. Io divenni patrono dei giochi istmici. Zeus si accaparrò quelli olimpici, che ancor oggi vengono celebrati. Provai a farlo fuori. E lui per vendetta mi mandò a costruire le mura di Troia. E ancora oggi voi ricordate Troia, ogni volta che qualcosa vi va male…” “Poi che accadde, Poseidone?”, Silvia sillaba il mio nome. Comincia a stancarsi di quello che crede sia un gioco. Sorseggio il caffè e continuo: “Ci avete dimenticati, convinti che tutto funzioni per leggi che vi siete inventati e avete chiamato scienza. Noi ci siamo adattati lavorare in silenzio, nascosti fra voi mortali. Nonostante ciò Zeus non la smetteva di fare il capo, sempre a ordinare e rimproverare. Hermes, come mai Internet non va oggi? Afrodite troppi divorzi.Non ne potevo più. Lo convocai sul tetto di un palazzo e lo sfidai. Sei invecchiato Zeus, gli dissi, è tempo che tu mi ceda lo scettro. Scommetto che non saresti capace di colpirmi con un fulmine nemmeno se io me ne stessi qui fermo. Ci scommetteresti il mare?, ribattè, ridendo. Se tu ti giochi cielo e terra. E fu così che mi scagliò la saetta più potente che avesse mai generato. Peccato che, come previsto, colpì il parafulmine.” “E dove è ora Zeus?” “È quel vecchio che chiede l’elemosina fuori.” Sìlvia comincia a ridere. “Grazie, chiunque tu sia. Mi hai rallegrato una giornata buia.” Si alza, paga il caffè e va via. Vado via anche io. Ho un mondo da governare, anche se non trovo più nessuno disposto a credermi. Forse dovrei smetterla di andare in giro con la tunica.

martedì 1 dicembre 2009

Filastrocca...

La traccia dell'esercio diceva di scrivere un componimento basato sul "rosso". Visto che l'ho svolto, anche se non mi riguardava direttamente, adesso lo metto qui:
Il rosso rimosso Un Tasso Rosso e un Verme Vermiglio finita la pioggia guardarono in alto il sole fiammante nel cielo ora terso e accanto un magnifico arcobaleno. Il Tasso, commosso dal bello scenario, nel fulvo suo manto nascose il suo pianto. La voce del Verme suonava allarmata: “Qualcuno ci aiuti. Che accade lì in basso?” Il Tasso fu scosso da quello che vide: il rosso sfilato dall’arcobaleno. Dei sette colori, ve n’era uno in meno. Insieme guardarono il mondo lì intorno. Non era scarlatto più il manto del Tasso. Neppure il bruco amaranto appariva. Il rosso lì attorno pian piano spariva. Il Tasso di corsa partì alla ricerca di porpora, cremisi, scarlatto e vermiglio, del rosso e di ogni colore suo figlio. Pensava a un mondo senza il rossore su timide guance. Ne ebbe timore. Il sole al tramonto provò a ricordare ed ebbe rimpianto di quel rosseggiare. Saltò oltre un fosso, passò pure un dosso con celere passo, rischiando anche l’osso del collo. Pensava: “non posso lasciare che accada. È un problema grosso”. Giunse infine all’arcobaleno. Pareva ci avesse impiegato un baleno. Un vecchio, vestito con camice bianco, teneva un pennello e un secchio lì accanto. “Signore ti prego mi devi ascoltare. Son corso fin qui solo per reclamare il colore rosso.” Il vecchio fu mosso a pietà dal Tasso arrivato di corsa fin là: “Avrei sperato giungesse qui un uomo, volendo richiedere il mio perdono per essere stato egli troppo distratto per godere il bello del mondo che ho fatto. Ma troppo occupati a pensare al denaro nessuno di loro pare essersi accorto di questo mio furto così poco ortodosso compiuto ai danni del tuo pelo rosso. Per questo ora, Tasso, a te dono il mondo. Fanne buon uso. Ce n’è uno solo. E se mi accorgessi di un tuo passo falso, nell’esser custode di questo tesoro, lo toglierò a te come ora a coloro che si sono scordati del mio capolavoro.”