lunedì 12 giugno 2017

Cento Edizioni di Minuti contati

Il primo e unico libro di Minuti Contati

Quando partecipai alla mia prima edizione di Minuti Contati, si svolgeva ancora sul Forum delle Edizioni XII. Nel frattempo, il contest ha traslocato due volte, ha prodotto persino un libro (da tempo, ormai, esaurito), una splendida APP (a proposito, correte a scaricarla qui, che è pure gratis) e, arrivato alla sua centesima edizione, è più vivo che mai.
Per l'occasione, Maurizio Bertino, vincitore della prima Era e attuale "patrono" del concorso e del forum (che gestisce insieme a un manipolo di volenterosi), ha pensato di organizzare un'edizione celebrativa: tre serate, ognuna avente come "ospite" (che darà il tema e contribuirà alla stesura della classifica della serata) un Campione d'Era.


E non dovete nemmeno scegliere la serata a cui partecipare: potete scrivere in tutt'e tre (e magari arrivare con tre racconti in finale).
L'appuntamento è qui alle 21:00. Il meccanismo è il solito: tema svelato all'ultimo minuto e poi tempo fino all'una di notte per produrre un racconto da 3000 battute.
Non mancate!

domenica 4 giugno 2017

Hanno intervistato pure me!

Un breve post per segnalare che Stefano Spataro di PenneMatte mi ha intervistato.
Se volete saperne di più, leggete qui.

domenica 7 maggio 2017

Intervista a Luigi Brasili


Inauguro, con questo post, una rubrica aperiodica di interviste a scrittori. Sono convinto che sapere qualcosa di più su un autore, renda i suoi lavori più interessanti: non più opere di uno sconosciuto, ma di una persona ha qualcosa da dire e che mi può interessare ascoltare. Spero così di invogliare chi leggerà queste poche righe a volerne sapere di più.

Iniziamo con Luigi Brasili, nato a Tivoli, in provincia di Roma, dove vive tuttora. 
Luigi ha pubblicato racconti in decine di libri e riviste, per vari editori e testate (tra cui Fanucci, Rai-Eri, Cronaca Vera, Writers Magazine Italia, Delos Science Fiction). Alcuni suoi racconti sono stati letti in trasmissioni radiofoniche e università. 
Mi limito a citare alcune di queste pubblicazioni: "Lacrime di drago” (nella collana Storie di draghi maghi e guerrieri - 2009) e i racconti “Forse domani” e “Seta” nelle antologie “365 racconti erotici” e “365 racconti horror”. Ha pubblicato inoltre “La strega di Beaubois” (Magnetica, Napoli - 2006), e “La stirpe del sentiero luminoso” (La penna blu, Barletta - 2011).

Ciao, Luigi. Quando hai iniziato a scrivere? E quando ha deciso che era il momento di confrontarti con il pubblico, inviando i tuoi lavori a un editore?

Ho iniziato a "giocare" con la scrittura già ai tempi delle elementari, quindi eoni fa... Mi divertivo a comporre filastrocche e simili, e ho affinato questo passatempo negli anni della scuola media. Poi alle superiori è arrivato il colpo di fulmine con la prosa; il mio momento preferito a scuola era il giorno del compito in classe di italiano: anche se non avevo idea di cosa avrei scritto ero sicuro che sarebbe stato un vero divertimento.
Negli anni successivi però non ho insistito con la prosa, al contrario dei versi che ho sempre scritto soprattutto in occasione di cerimonie o, perché no, per toccare il cuore di qualche ragazza che mi piaceva. Ma non avevo alcuna velleità particolare, né ambizione di cimentarmi seriamente a scrivere. Però, tra me e me, ogni tanto mi dicevo che un giorno, "da grande" avrei provato non a "fare lo scrittore" ma a misurarmi attraverso la scrittura con un qualche tipo di mondo esterno. Ed è stato grazie all'avvento di Internet, quando ho scoperto che moltissime persone condividevano questa mia passione, poco e niente diffusa tra le mie frequentazioni abituali, che mi sono ricordato di quella suggestione di gioventù, e così un giorno, alla soglia dei quarant'anni, ho scritto il mio primo racconto con inizio e fine e l'ho iscritto al primo concorso letterario della mia "carriera". Da quel momento, complice il fatto, forse, che mi stavo prendendo una pausa di riflessione dai tanti sport praticati fino ad allora (pausa che dura tuttora), la scrittura è diventata una parte di me, in modo spontaneo e naturale, sempre però con pochissima ambizione di puntare a chissà che; quel che contava, e conta ancora adesso, era scrivere e creare quell'alchimia di cui è composta la parola scritta. Il passaggio dai racconti alle storie di maggior respiro è venuto dopo qualche anno, dopo aver pubblicato moltissime storie e ottenuto un bel po' di riconoscimenti nei concorsi. La prima "pietra" è stata una selezione organizzata dalla Delos, per la collana fantasy "Storie di draghi, maghi e guerrieri" alla quale inviai il mio primo elaborato che di lì a poco divenne un libro e finì in libreria. Da allora di libri ne ho pubblicati parecchi e, ci tengo a precisarlo, senza mai spendere un centesimo e senza mai ricorrere all'autopubblicazione.

Leggo, fra le righe, un giudizio negativo sull'autopubblicazione. È  vero che si leggono tante pessime opere autopubblicate, ma, in mezzo a quel marasma vi sono, a volte, romanzi belli di autori che sanno scrivere. Non credi che l'autopubblicazione possa avere anche delle potenzialità e degli aspetti positivi, se ben gestita?

Giusta osservazione, ti ringrazio per avermelo chiesto, mi rendo conto che le mie parole potrebbero "suonare" in negativo in assoluto. In effetti come suggerisci, nel "mare magnum" dell'offerta editoriale, compresa l'autopubblicazione, ci sono libri di qualità molto variabile e personalmente non ho nulla da eccepire nei confronti di coloro che scelgono di autopubblicarsi, per esempio dopo un'esperienza deludente per precedenti pubblicazioni con editori oppure per altre motivazioni. Anzi, aggiungo che spesso, a mio parere, per un autore può essere molto più soddisfacente l'intraprendenza personale invece di un percorso all'interno di una casa editrice, e questo può dipendere sia da quanto uno è bravo a farsi promozione sia magari da quanto e come l'editore lavora al fianco dell'autore. Il senso della mia risposta precedente è legato essenzialmente a come io mi relaziono a quel che viene dopo la scrittura, al momento in cui si decide, o meglio si tenta, di pubblicare quel che si è scritto. E a questo proposito io preferisco che ci sia qualcuno, l'editore, a "certificare" in qualche modo la qualità del mio lavoro, selezionato tra altri lavori, mentre avrei difficoltà a "suonarla e a cantarla" da solo perché al di là delle convinzioni personali, che si presuppone ogni autore nutra per se stesso, inviare un'opera in valutazione mi dà modo di mettermi in gioco, che poi è un altro aspetto della scrittura che mi dà grande impulso a scrivere; così come per i concorsi letterari o per la tecnica da adottare in un'opera, misurarmi e mettermi in gioco è un aspetto fondamentale per me. Poi ovviamente ci vuole anche la fortuna, che nel mio caso è fedele compagna.        

Rispetto agli esordi com'è cambiato il tuo approccio alla scrittura?

Fondamentalmente l'approccio non è cambiato molto, sono cambiati soprattutto gli obiettivi, o meglio il tipo di sfida che decido di affrontare quando scelgo di scrivere una storia piuttosto che un'altra. Parlo di sfida perché mi piace spaziare il più possibile, sia per il genere letterario, sia per la tecnica di stesura e quindi spesso mi ritrovo a sfidare me stesso su un terreno nuovo o comunque particolare. E proprio queste sfide mi danno l'entusiasmo necessario per andare fino in fondo.      

Nella tua scrittura hai affrontato tanti generi: passi, con rilassatezza, dal racconto di viaggio dal tono leggero e ironico di Una settimana a Londra, all'apocrifo di Conan Doyle di Sherlock Holmes e il tempio della Sibilla, dal fantasy apocalittico dei Figli della notte, all'action horror-zombie de Il Lupo, al thriller de La scomparsa dell'elfo  (*). Mi fermo qui, perché la lista sarebbe ancora lunga. Ce un genere a cui non hai osato dedicarti perché senti lontano dalle tue corde, ma che prima o poi affronterai?

Se me lo avessero chiesto dieci anni fa, avrei nominato il romanzo storico, ma soprattutto perché in primis come lettore, a quei tempi, non ero particolarmente attratto da quel genere. Invece negli anni successivi mi ci sono avvicinato molto, sempre come lettore, e pian piano ho accarezzato l'idea di provare a cimentarmi, un giorno, con un vero e proprio romanzo storico. La prova generale l'ho fatta di recente, con il libro Sherlock Holmes e il tempio della Sibilla, ambientato nella mia città, Tivoli. Per realizzare questa storia ho volutamente cercato di raccontare non solo l'ennesimo caso per il detective di Baker Street, altrimenti non avrebbe avuto molto senso farlo venire fino a casa mia. Ho voluto invece mostrare, nei limiti del possibile, la mia città, ricchissima di storia e monumenti unici al mondo, e la vita di quei tempi, alle soglie del '900. Perciò ho approfondito la mia conoscenza di fatti e luoghi consultando l'archivio storico comunale e la biblioteca, e ho intervistato un po' di studiosi. Ho fatto questa premessa perché in futuro sono molto intenzionato a scrivere una storia ambientata in un'epoca molto più lontana. Ma ogni cosa a suo tempo, appunto. Perciò, in realtà, non c'è un genere che sento lontano dalle mie corde, ma solo storie che in un dato momento mi interessano oppure no.   

Quali sono i libri che un aspirante scrittore dovrebbe per forza leggere, secondo te?
.
Ce ne sono così tanti di libri a mio avviso importanti che è difficile fare una selezione di pochi titoli. Secondo me al di là di un libro specifico, l'aspetto sicuramente utile è spaziare il più possibile tra generi e autori. Ho notato che i giovani, in generale, che siano intenzionati a scrivere o meno, hanno la tendenza a leggere sempre lo stesso tipo di libri, o di autori. Credo che chi ha intenzione di scrivere, oltre a leggere molto, debba "assaggiare" una buona fetta delle diverse declinazioni della scrittura, e fare tesoro di ogni singola "forchettata". E ai ragazzi che mi fanno questa stessa domanda rispondo sempre allo stesso modo: "Ci sono altri mondi là fuori, e tutti meritano di essere visitati..."

Grazie della disponibilità e a presto.
(*) Le storie nei link sono tutte disponibili in ebook, al prezzo di un caffè o, al limite, di una colazione al bar, nel caso ve lo steste chiedendo

venerdì 28 aprile 2017

Ma la 'i' ci va o no?


Se vi chiedessi di coniugare, per iscritto, il verbo "disegnare" al presente indicativo, cosa scrivereste alla prima persona plurale? "Disegnamo" o "disegniamo"? E sognare? Sognamo o sogniamo?
Io avrei puntato sulla prima forma. Invece, la forma grammaticalmente più corretta è la seconda perché la desinenza della prima persona plurale del presente indicativo è -iamo, comprensiva, dunque, della 'i': perciò disegniamo, sogniamo e insegniamo.
Dato che la lingua è elastica e la 'i' risulta muta si inizia ad accettare anche la versione senza 'i': se scrivete disegnamo, perciò, nessuno potrà correggervi. Però, se vogliamo mettere i puntini sulle i, dobbiamo preferire quella tradizionale (perdonate il gioco di parole, ma non ho resistito).

venerdì 13 gennaio 2017

3% (Serie Netflix)


3% è una serie Brasiliana di fantascienza, prodotta da Netflix a partire da una precedente serie auto-prodotta e distribuita tramite youtube (e il fatto che in brasile si produca una serie di fantascienza, mentre in Italia non si va molto lontani da don Matteo dovrebbe farci riflettere). La serie è disponibile anche qui da noi, purtroppo senza doppiaggio in italiano . Dico "purtroppo" perché molti utenti italiani lo snobberanno per questa ragione: peccato, perché la serie merita di essere vista.

3% racconta di un Brasile distopico (ma neanche tanto) in cui la povertà è imperante e l’entroterra è un luogo di povertà, soprusi e baracche. L’unica via di salvezza è una società, apparentemente utopica, costruita dalla “coppia fondatrice” su questo luogo misterioso chiamato offshore. La storia non è ambientata, però, su questo offshore, che rimane invisibile a noi (ma anche agli abitanti dell'entroterra che la considerano una terra promessa o, meglio ancora, un paradiso terrestre), né nella baraccopoli (che però, di tanto in tanto, vediamo).
Lo scenario principale è un grande edificio in cui avviene il processo di selezione per raggiungere l’offshore (o, come dicono tutti, il Processo).  Si può partecipare a questa selezione una sola volta nella vita, al compimento dei vent’anni. Solo il 3% dei "concorrenti" è destinato a superarla e si tratta di detiene il merito e può essere, quindi, considerato un essere umano a tutti gli effetti. La maggior parte delle persone accetta passivamente questa situazione (anche grazie a un sapiente uso della religione come strumento di marketing): si tratta, per quasi tutti, di un dato di fatto che non può essere modificato. I pochi che si ribellano sono considerati da tutti "terroristi". Nel serial seguiamo le vicende di alcuni concorrenti, ma anche di colui che gestisce il Processo, in un momento critico, visto che la sua gestione è messa in dubbio dal primo omicidio verificatosi sull’offshore.

L’idea può sembrare non originalissima e ricordare i meccanismi dei reality show, ma la serie è scritta benissimo: personaggi a tutto tondo (ci si affeziona persino al “cattivo” di turno), storia avvincente e densa di significato. Al centro di tutto, il concetto spesso sopravvalutato di meritocrazia (certo, il merito è importante, ma come si fa davvero a misurare? Ed è giusto chi non “merita”, debba vivere in un inferno in Terra? E il mondo costruito da questi meritevoli sarà davvero così bello?).
Forse la prossima serie ci mostrerà l’offshore, ma già dai riflessi che ne vediamo in questa possiamo capire come questa società non sia poi così ideale, ma si tratti di un luogo dominato dall’ambizione, dalle lotte di potere e dalla totale mancanza di pietà e spirito di fratellanza (per citare un mio amico, in Minuti Contati, “Il primo vince, gli altri si rotolano nel fango”), terribilmente somigliante al nostro mondo occidentale.

giovedì 22 dicembre 2016

Rogue One e i bimbi...


Sono affezionato a Star Wars da quando l'ho visto la prima volta (purtroppo in televisione: credo fossero gli anni '80 e io facevo le scuole medie). Da meno tempo (sei anni circa) sono padre e mia figlia ha iniziato a guardare la serie non tanto per merito mio, quando di alcune sue amichette.
L'anno scorso perciò siamo andati a vedere l'Episodio VII al cinema con la famiglia due di queste amiche (sorelle fra loro), visto che anche il padre è, come me, un fan, dopo che io l'avevo già visto da solo.
Quest'anno, volendo ripetere l'esperienza, ci siamo organizzati con largo anticipo, abbiamo preso i biglietti per il primo sabato pomeriggio dopo l'uscita del film, temendo di non trovare posto... e la compagna di classe di mia figlia si è beccata l'influenza. In ogni caso siamo andati a vedere Rogue One con la metà della famiglia superstite (padre e figlia grande).
La sera prima ci eravamo riguardati, con mia moglie e mia figlia, l'episodio IV e l'entusiasmo era alle stelle.
Poi, alla fine di Rogue One, mia figlia ha detto: "papà, è stato un gran sacrificio vedere questo film. Non mi piaciuto per niente", facendomi sentire davvero in colpa. Io non posso che comprendere: quando ero piccolo e guardavo un film in cui il gioco si faceva duro e accadevano cose brutte ai personaggi che mi piacevano, dentro di me dicevo "farò finta che questa cosa non sia accaduta" (poi, ovviamente, la trama non me lo permetteva). Se credete che stia esagerando, ricordate che, se per voi Jar Jar è odioso, probabilmente per vostro figlio è uno dei personaggi più simpatici (infatti Episodio I col piccolo Anakin è, per mia figlia, il più bello della serie).
Di fatto, Rogue One è bello, un gran film secondo me, ma proprio per i motivi che me lo fanno apprezzare (realismo, atmosfera cupa e gag praticamente assenti, a parte un paio battute del robot, una visione non edulcorata della guerra e della resistenza, la linea che separa il bene dal male non così netta e un finale che non si può definire lieto, nonostante...) che lo rendono inadatto ai bambini (almeno quelli al di sotto di una certa età, soprattutto se sensibili).
Insomma, se state pensando di portare vostro figlio a vederlo, prima, se possibile, andatelo a guardare da soli e decidete se sia il caso. 
Io avrei fatto meglio a fare in questo modo. Ora dubito che l'anno prossimo avrà voglia di l'Episodio VIII.
E pensare che ho evitato di farle vedere Episodio III, per evitare di "rovinarle la serie", con la crudezza della strage dei bambini e del destino di Anakin.

mercoledì 14 dicembre 2016

Doctor Who, ripensadoci su...


A inizio ottobre ho pubblicato un post sul doctor Who: avevo visto il mio primo episodio (partendo dalla Quinta Stagione dell'era moderna, in quanto la prima disponibile su Netflix) e la prima impressione non era del tutto positiva.
Com'era giusto (non si può giudicare una serie così amata e longeva da una prima impressione), sono andato avanti e ho visto tutta la Quinta Stagione.
I due episodi successivi (La bestia di sotto e L'arma di Churchill) mi hanno lasciato ancora un po' freddino. Se ho apprezzato l'ambientazione del primo sull'astronave buia su cui si era trasferita l'Inghilterra, mi hanno lasciato un po' perplesso i Dalek, antagonisti del secondo. So che qui fioccheranno le maledizioni dei fan, ma, nel 2010 anno di produzione di questa stagione, vedere degli scatoloni con le ruote che potevano andare bene ai tempi del Pianeta Proibito (anzi no, dai Robby è decisamente meglio) mi ha lasciato con una forte impressione di anacronismo.
Poi però sono arrivati gli Angeli Piangenti (Il tempo degli Angeli e Carne e pietra), con un'accoppiata di episodi fantastici, e ho cominciato a farmi conquistare anche io. È  vero, anche in questi episodi, a pensarci bene, non è che sia tutto coerente dal punto di vista narrativo. Gli autori preferiscono far prevalere su di essa la spettacolarità. Se non l'avete capito mi riferisco, in particolare, alla scena in cui (SPOILER ALERT) Amy deve passare in mezzo agli Angeli tenendo gli occhi chiusi. L'espediente non è così verosimile, ma la scena funziona magnificamente. E allora va bene così (STOP SPOILER).
Da lì è stata tutta discesa, fino al magnifico finale. E persino lo speciale di Natale mi è piaciuto un sacco.

Alla fine ho capito perché il Doctor Who piace tanto: stupisce (ho iniziato a vedere la serie successiva e l'idea del Silenzio è magnifica), e questo in una serie di SF è essenziale, diverte, emoziona, ma soprattutto ha dei personaggi complessi e completi (il dottore, Amy e Rory e River Song) a cui non ci si può non affezionare.
Insomma, viva il dottore!