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martedì 4 febbraio 2020

Dylan e non più Dylan...


NOTA: Questa non è una recensione


Da quando Roberto Recchioni ha preso in mano Dylan Dog è facile leggere commenti di vecchi lettori arrabbiati per i cambiamenti apportati alla serie. E più i cambiamenti si accumulano più questi fan si arrabbiano: Bloch in pensione? Scandalo! Dylan col cellulare? Anatema! Copertina con Dylan e Groucho che si sposano? Bestemmia!

A questo corrisponde, mese per mese, una difesa di quelli che la gestione di RRobe l'apprezzano.
Il risultato? Si parla di nuovo di Dylan (fra i lettori, nei social, persino nei quotidiani), la serie non è più cristallizzata nel ricordo dei "primi bellissimi albi" e poi dimenticata: quindi il risultato è stato ottenuto.


Con il 401. RRobe, però, osa l'inosabile: la riscrittura delle origini e la trasformazione del personaggio.
Senza scomodare i mostri sacri (per esempio la riscrittura delle origini di Batman e Daredevil a opera di Frank Miller) il reboot dei personaggi è normale nei fumetto DC e Marvel, ma non è nemmeno completamente nuovo per la Bonelli. Lo hanno fatto per Martin Mystere e per Nathan Never (in particolare con la bellissima miniserie "Nathan Never - anno zero"), ma sempre all'esterno degli albi mensili.

Per Dyd, invece, l'evento è all'interno della serie principale. Nonostante questo, non do per scontato che questo Dylan barbuto continuerà a essere il protagonista anche dopo la fine di questo ciclo di sei albi. Ovviamente la mia è solo un'ipotesi non suffragata da prove. Ma, se così fosse, non ci sarebbe nulla di strano visto che la serie regolare ha ospitato storie come "L'ultimo uomo sulla Terra" e "La storia di Dylan Dog" senza alcuno scalpore. Vedremo...
Per quello che riguarda me, per il momento questo 401 ha soddisfatto le mie aspettative e sono curioso di vedere come andrà avanti.
PS: dalla foto non si vede, ma la copertina è dorata e bellissima. All'interno i disegni di Corrado Roi sono magistrali come sempre

lunedì 20 gennaio 2020

Disavventure libresche: la libreria che ti chiede di pagare per presentare


Negli ultimi giorni mi sto muovendo per cercare un posto in cui presentare "Quando scenderà la notte".
Fra le tante librerie che hanno già le agende piene (una delle quali ha, con grande gentilezza scelto spontaneamente di ordinare lo stesso il libro e tenerlo negli scaffali), mi è capitata anche una pessima sorpresa.
Una libreria (di una grande catena) mi ha detto che "la loro nuova politica è concedere la sala per le presentazioni dietro pagamento di 200 Euro".

Ora considerate che:

1 - una presentazione dura tre da quarti d'ora a un'ora massimo (e con quella cifra potrei passare due o tre notti a Roma in un albergo 4 stelle)

2 - il supporto che di solito dà una libreria a una presentazione di questo tipo è quasi sempre minimo: ti concede lo spazio, ma non fa il minimo sforzo per attirare persone. A quello devi pensarci tu

3 - la percentuale che prende uno scrittore su ogni volume venduto è il 10%: quindi per un libro che costa 13 Euro, l'autore guadagna di 1,3 Euro a volume (che gli saranno versati, se è fortunato un anno dopo). Per rientrare di quelle 200 euro, quella sera dovrebbe perciò vendere 150 volumi circa (numero che, vi assicuro, per una casa editrice piccola si avvicina alla tiratura).

Capite dunque l'assurdità della richiesta?

Certo, sappiamo che in Italia vengono  pubblicati sin troppi libri e di conseguenza le librerie sono sommerse di richieste. Ma non sarebbe più dignitoso rispondere (come hanno fatto altri): "ho già troppe presentazioni in calendario, mi dispiace" che provare a speculare sulle spalle dell'emergente, mettendosi a livello degli editori a pagamento?

lunedì 13 gennaio 2020

Il Kindle e gli inserti pubblicitari

Qualche mese fa ho preso un Kindle in offerta. Quello che non avevo capito quando l'ho acquistato è che non si trattava di un vero sconto. Pagarlo meno, implicava accettare inserti pubblicitari sul dispositivo: così, quando spengo il lettore, invece di mostrare la copertina del libro che sto leggendo il dispositivo mette in bella mostra delle pubblicità di libri come quella in foto:

Pagando, potrei evitare questi spot (non fatevi ingannare dalla scritta sul tasto "cancella con 1-Click" a quel click corrisponde l'addebito...):



Ora capite perché mi mostra copertine simili? Amazon non vuole davvero fare pubblicità a quel libro. Vuol solo mettermi in imbarazzo per costringermi a pagare...

lunedì 21 ottobre 2019

Il coccodrillo trimbula... anzi no!



Alla mia domanda scherzosa, "il coccodrillo come fa?" (*), qualcuno mi ha risposto che "trimbula".
L'ovvio passo successivo è stato cercare le fonti. In molti post in giro per il Web si sostiene che questo verbo rappresenti l'insieme di suoni "tremuli sia gravi che acuti" emessi da questo animale.

Il caso è risolto? No, perché interrogata sul banco dei testimoni, l'Accademia della Crusca ha negato l'esistenza della parola: "Falso é anche il trimbulare attribuito al coccodrillo anch'esso approdato in testi di rilievo" si legge qui: http://www.accademiadellacrusca.it/sites/www.accademiadellacrusca.it/files/rivista/2016/12/23/sommari.pdf
Quindi, almeno per ora no, il verso del coccodrillo (ammesso che ne faccia) non ha nome... 
Comunque, visto che sappiamo che la lingua è in continua evoluzione, rivediamoci qui fra un po' di tempo, e vedremo se il Web lo avrò diffuso tanto da costringere qualche dizionario ad accettarlo

(*) in risposta a questo post: https://www.facebook.com/FrancescoNuceraAutore/posts/703377400145113

domenica 29 settembre 2019

Chi può definirsi "scrittore"?



Chi può definirsi scrittore? 
Chiunque scriva, anche se nel tempo libero? Chi ha pubblicato? Chi lo ha fatto con una casa editrice importante? Chi va da Fazio a presentare un libro? Chi fa l’influencer e di conseguenza arriva in cima alla classifica, anche se non ha mai letto un libro?

Nella postfazione di un bel volume a fumetti (*), l’autore Tom King dà la sua definizione (nella foto). Io ho deciso di adottarla, modificandola un po’:

Scrittore è una persona che fa un altro lavoro per vivere e che pontifica inopportunamente e continuamente sull'inutilità della ‘d’ eufonica.

(*) Il volume s’intitola “Un po’ peggio di una bestia”, seconda parte di una notevole e insolita storia sulla Visione, androide degli Avengers

domenica 17 marzo 2019

Il bello di Internet


Ultimamente va di moda additare il Web come padre di tutti i mali dell'epoca moderna.
Nella mia esperienza, però, Internet mi ha portato all'esperienza nella scrittura, dal primo micro-gruppo di scrittura che fondammo con Daniela Zaccagnino (ormai affermatasi nell'ambito dei fumetti) al tempo in cui discutevamo di fumetti nella mailing list Yattaaa, per passare poi dall'esperienza fondamentale di esercizio nei forum di scrittura.
Grazie al Web sono arrivato a pubblicare i primi racconti, fino Cleopatra col collettivo Valery Esperian.
Il Web mi ha permesso di collaborare con il forum Minuti Contati, di fare da relatore per la presentazione di Romolo Il Primo Re di Franco Forte e Guido Anselmi... e mi fermo qui, ma potrei andare avanti...
Così, riguardando le ultime letture (ne trovate alcune nella foto, insieme a Cleopatra che si è intrufolata :D), mi rendo conto che sempre più spesso leggo romanzi di autori (o magari anche solo di traduttori, come nel caso dell'Urania) che conosco di persona e con cui, spesso, ho avuto modo di collaborare... insomma non solo male viene dal Web

lunedì 5 dicembre 2016

Se vinco io, vinco io. Ma se vinci tu non ci sto...


Riassunto delle puntate precedenti per chi capitasse su questa pagina fra un po' di tempo, quando i ricordi saranno sbiadite e le polemiche su Facebook viaggeranno verso nuove avventure: domenica scorsa abbiamo votato per il referendum costituzionale, dopo settimane di urla virtuali sui Social Network. Il giorno delle votazioni Piero Pelù, sostenitore del NO ha postato su Facebook una foto che proverebbe che le matite copiative si riuscirebbero a cancellare con una normale gomma.
I sostenitori del NO si sono ancora di più infervorati, le segnalazioni di contestazioni ai seggi si sono moltiplicate. Alla fine il NO ha vinto.

Queste le due mie considerazioni in proposito:

  • Supponiamo per un momento che avessero davvero deciso di farci votare solo per finta e abbiano sostituto tutte le matite copiative con delle banali H (perché le 2B sono più difficili da cancellare), perché per essere sicuri di vincere volevano correggere i nostri voti a modo loro. Consideriamo ora il numero di seggi che ci sono in ogni città, il numero di città in Italia e il numero di persone coinvolte in ogni seggio. Consideriamo che mettersi a cancellare un bel po' di NO, per farli passare in minoranza, non è un'operazione che si può fare in modo tanto nascosto: non è come mettersi una mina fra le dita e tracciare di nascosto una X su una scheda bianca. Pensate quando eravate a scuola e, durante l'ora di disegno il vostro compagni banco si metteva a cancellare facendovi tremare il banco e lasciando un bel po' di resti di gomma sul banco. Insomma l'azione deve essere plateale e bisogna avere come complici buona parte dei membri della commissione, per effettuare il broglio. Dunque, alla fine quanti centinaia di migliaia di persone in Italia avrebbero dovuto essere coinvolte in questo imbroglio?
  • Voglio essere un po' più drammatico e fantapolitico, ma lasciatemelo fare: il No ha vinto e quindi la storia delle matite si perderà nel tempo "come lacrime nella pioggia" (almeno fino alle prossime elezioni). Supponiamo, però, che avesse vinto il Sì: le proteste si sarebbero levate alte sui FB e, forse si sarebbero concretizzate in manifestazioni di piazza. I manifestanti avrebbero urlato forte, perché la "democrazia è caduta, il Sì ha vinto con l'inganno" (l'ha detto Pelù su FB: deve essere per forza vero) e il risultato elettorale sarebbe stato disconosciuto. Insomma una parte degli italiani non avrebbe accettato l'esito di un voto democratico... Forse sarebbe andato a finire comunque tutto a tarallucci e vino o forse no, ma se fossi la Democrazia andrei subito a costruirmi una Panic Room...

giovedì 21 luglio 2016

Non sarà un'avventura!



Lunedì mattina facevo colazione guardando il TG5 (Scusate, non volevo! In realtà aspettavo solo le previsioni del tempo), quando la giornalista ha annunciato: "brutta avventura per una ragazza di sedici anni...".
Mi sono preparato a sorpendermi e sorridere, ascoltando una storia del tipo "rimasta chiusa al buio in ascensore per sei ore ma salvata dai pompieri" o "smarritasi in un bosco al calar della sera ma ritrovata sana e salva la mattina". Invece no. Ha continuato così: "...violentata da due nord africani in un parco di Roma!"
Cosa???? Essere violentata è diventata un'avventura?
Sarà stato un lapsus, ho pensato, ma ecco che parte il servizio e il giornalista  (questa volta uomo) usa la stessa espressione!
Prima di dare giudizi definitivi, però, voglio essere sicuro, mi sono detto. Magari sono io a non conoscere bene l'italiano.
Sono andato a controllare sul dizionario:
- La Garzanti on line, alla parola avventura, riporta:

  1. avvenimento singolare o straordinario; impresa rischiosa e affascinante: una vita piena d’avventure; un’avventura a lieto fine | situazione nella quale ci si viene a trovare senza averne previsto i rischi; iniziativa sconsiderata: l’azienda fu trascinata in un’avventura
  2. breve relazione amorosa non impegnativa: un’avventura estiva dim. avventuretta
  3. (ant.) buona sorte, fortuna

- La Treccani on line conferma:

  1. Caso inaspettato, avvenimento singolare e straordinario
  2. Impresa rischiosa ma attraente e piena di fascino per ciò che vi è in essa d’ignoto o d’inaspettato

Ora, non so che idea abbiano i giornalisti del TG5 della violenza carnale, ma essere violentata non è un'impresa rischiosa e affascinante, nè un avvenimento singolare e straordinario.Potevano dire sventura, sciagura, ma avventura, seppure brutta, proprio no!
Attenzione, però, uno dei significati della Garzanti, si apre a un'altra prospettiva, inquietante considerando che è veicolata non da una chiacchiera da bar, ma da un telegiornale nazionale: "situazione nella quale ci si viene a trovare senza averne previsto i rischi; iniziativa sconsiderata". Come a dire, che un po' se l'era cercata, che è un guaio in cui si era andata a cacciare, magari pure meritandoselo pure.. 

martedì 12 luglio 2016

Binari unici

Di solito non parlo di attualità in questo blog, ma l'incidente di oggi in Puglia (lo scontro fra due treni, su un binario unico, con decine di morti e feriti), mi fa arrabbiare e tremare e faccio un'eccezione. Non che sia l'unica notizia a darmi rabbia, tristezza e sconforto (lo specifico, perché ormai esprimersi su una sola faccenda, trascurandone altre, sembra essere diventato un peccato gravissimo). Il fatto è che ci sono problemi che è davvero impossibile eliminare in tempi rapidi (il terrorismo, le malattie, le guerre, ecc.). Ma quando i rischi sono noti e risolvibili e si lasciano lì, la rabbia aumenta esponenzialmente.

Era il dicembre del 2004, quando mia sorella e una mia cara amica stavano venendo a trovarmi a bordo di un Intercity notte e il treno si scontrò con un treno merci, sempre in Puglia. Non ci furono morti, ma feriti (un ragazzo perse la mano) e tanta paura. Ricordo il terrore di quella notte, le immagini al telegiornale (ero inquieto perché loro avevano smesso di rispondere agli SMS, accesi il televisore e vidi le immagini), il sollievo quando mia sorella mi telefonò per dirmi che stavano bene. La paura che ha attanagliato le viscere di mia sorella per lungo tempo (trovarsi al buio su un vagone che è deragliato, si è ribaltato e sta sospeso sul vuoto, è un'esperienza che non auguro a nessuno).

Il bilancio di oggi è ancora più tragico. Ma non parliamo di eventi isolati, imprevedibili, né di problemi che riguardano solo il sud: nel 2005, per esempio, un treno merci si scontrò con un regionale: tredici persone morirono (e si contarono più una sessantina di feriti). Anche qui il binario era unico, fra Verona e Bologna.
Andando a guardare qui, si vede che si sono tanti tratti a binario unico, in Italia. Per esempio, fra Roma e Nettuno (ben 52 km), fra Arquata Scrivia-Genova Brignole (46 km su 63 complessivi), sulla linea Mantova-Cremona-Milano (91km su 151), su quella Siracusa-Ragusa-Gela e sulla Campobasso-Isernia-Roma...
Lo so che le infrastrutture costano, ma anche quelle per le linee veloci erano costose, eppure le hanno fatte.
Speriamo che questa volta qualcosa si muova. Temo, però, che, dopo le solite polemiche, tutto cadrà nel dimenticatoio. Ecco perché voglio lasciarne traccia su questo blog. Non servirà a cambiare le cose, ma mi aiuterà a ricordare.

EDIT: come ormai saprete, il problema vero non era il binario unico, ma la mancanza di segnalazioni automatiche (per regolare il traffico si usava il telefono!). La rabbia e lo sconcerto non vanno via, anzi aumentano...

giovedì 23 giugno 2016

Il duplice significato della parola "tempo"


Immagine presa da qui

Mi ha sempre colpito come, in italiano, la parola tempo abbia tanto il senso cronologico (quello che gli inglesi chiamano time) quanto quello meteorologico (il weather inglese).
Mi sembrava che il duplice significato potesse derivare dal fatto che se il tempo (meteo) è buono si possa pensare di trascorrere bene il tempo (crono).
In realtà, andando a guardare sul libro "Parole nomadi" di Umberto Galimberti, la questione sembra molto pià complessa.
Prima di tutto, questa ambiguità non è valida solo per l'italiano ma, in generale, per le lingue neolatine. Inoltre, anche fra i linguisti, l'etimologia della parola è stata a lungo dibattuta.
Attualmente sembra che la parola latina tempus, derivi da termini pià antichi: tempestus che significa "tempestivo" e temperare (cioè "miscelare"). Si mettono insieme quindi concetti diversi che riguardano la tempestività, la tempesta, la temperatura (che miscela calore, freddo) dando origine a una parola ambivalente.

mercoledì 15 giugno 2016

Chi è senza vergogna, scagli la prima gogna...

Vicino alla fermata del bus dove la mattina cambio linea per raggiungere il posto di lavoro, c'è una bacheca su cui vengono esposte alcuna pagine dell'Unità.
Stamattina mi è caduto l'occhio su questo titolo:

Cos'è il Main Kampf
Scritto in carcere con Hesse, è il manifesto dell'orrore del '900

Se non ci credete, ecco la foto:


Ho strabuzzato gli occhi. Possibile che Hermann Hesse fosse co-autore del manifesto del nazismo? Lo stesso Hesse di Siddharta e Narciso e Boccadoro?
Non mi ci è voluto molto per fare una verifica e scoprire (com'era più logico e avrei dovuto già sapere) che colui che aveva scritto il libro con Hitler era invece Rudolph Hess.
Immagino (e spero) si sia trattato di un semplice errore di battitura, una lettera in più che ha cambiato completamente il contesto. Fosse stato immerso nel testo dell'articolo, sarebbe stato perdonabile, ma, così in primo piano, sarebbe dovuto saltare subito all'occhio a chi di dovere.
Che i giornali abbiano perso molta della loro autorevolezza a causa di errori continui è noto e questo è solo l'ennesimo esempio. Leggete, per esempio, questo articolo.
Ma quale potrebbe essere la ragione?
Faccio un'ipotesi: fino a non molto tempo fa, tutti compravano il quotidiano, garantendo una buona base economica basata alle testate. Prima la televisione, poi Internet hanno cancellato quest'abitudine.
La gente, oggi, è sempre più convinta dalla Rete che certe cose non debbano essere pagate (almeno con i soldi no... magari con le informazioni personali, sì). Così, l'unico modo che hanno i giornali di stare in piedi è tagliare tutte le spese, abbassando la qualità media del prodotto e alimentando la sfiducia dei lettori. Un cane che si morde la coda.
La diffusione di Internet, insomma, potrebbe non essere la porta per un mondo più ricco, più informato e più libero, come vorrebbero farci credere.
Ma il discorso è lungo e sarà meglio riprenderlo in un altro post.
Se voi avete altre ipotesi, però, ditemele pure.

lunedì 6 giugno 2016

Fan dei fumetti come ultras...

Ha fatto molto clamore, nei siti dedicati ai fumetti, la notizia che, nell'ultimo numero di Capitan America uscito in patria, si scopra che il supereroe è da sempre un membro dell'Hydra (l'organizzazione nazista che, storicamente, è la nemesi di Cap)... Un po' come se venisse fuori che James Bond ha sempre lavorato in segreto per la Spectre.
Si potrebbero fare diverse considerazioni in proposito.
Per esempio, su quanto le serie supereroistiche, con le loro vite decennali, somiglino tanto alle telenovelas: i personaggi muoiono (è successo anche a Cap), resuscitano, diventano improvvisamente vecchi, vengono sostituiti (magari da donne), vengono "posseduti" dalle menti dei loro nemici, ma ogni volta tutto passa (e anche l'affiliazione di Cap all'Hydra passerà). Questo lo dico da lettore affezionato, seppure non fedele. Tutto per tenere alta l'attenzione dei lettori e cercare l'evento che faccia impazzire le vendite.
D'altra parte si tratta di narrativa d'intrattenimento (per quanto, delle storie di spessore vengano fuori, ogni tanto) e nessuno è obbligato a leggerla.
Quello che mi colpisce negativamente, invece, è quanto alcuni fan prendano sul serio queste storie: dopo l'uscita del numero incriminato, infatti, l'autore è stato sommerso dalle proteste e ha ricevuto persino minacce di morte. C'è anche chi si è fatto riprendere mentre bruciava l'albo.
Insomma esistono gli Ultras dei fumetti (almeno negli USA... non stiamo sempre a lamentarci della nostra nazione).
E io che sdegnosamente ho smesso di seguire il calcio anche perché spesso i tifosi si comportano da stupidi e violenti, con che coraggio posso continuare a leggere i fumetti?

venerdì 20 maggio 2016

Novella o racconto?


Quando andavo a scuola, per indicare un componimento narrativo in prosa di lunghezza limitata,  usavamo la parola novelle (che fossero di Verga o di Pirandello o di Boccaccio).
Quando ho iniziato a scrivere, invece, mi sono accorto che, sulle riviste, sui libri di scrittura creativa e nelle comunità on-line, tutti parlano quasi sempre di racconti.
E allora che mi chiedo: c'è differenza fra i due termini?

Ho provato, così, a fare qualche ricerca in giro.
Qualcuno attribuisce, alla novella, un maggior numero di caratteri rispetto al racconto (per esempio, questo sito, equipara la novella al romanzo breve), qualcun altro un numero più breve (per esempio Wikipedia: "La novella è una narrazione in prosa breve e semplice (di modesto respiro), più breve di un racconto", ma anche questo sito).
Altrove si dice che la differenza fra racconto e novella sia nel fatto che la novella è realistica e con un finale educativo mentre il racconto è fantastico e con uno sviluppo più libero.

Fa un po' di chiarezza in proposito il libro "L'autocoscienza del moderno" di Romano Luperini, che:
  • mette in evidenza come, a cavallo fra '800 e '900, si era formata in Italia la consuetudine di chiamare "racconto" qualcosa di lunghezza intermedia fra la novella e il romanzo (quindi il racconto sarebbe stata una specie di novella lunga o romanzo breve) => questo, secondo me, giustifica l'idea che la differenza possa essere individuata, da alcuni, nel numero di caratteri
  • fa una lunga disamina di come i termini racconto o novella siano stati utilizzati in modo alternativo da autori e correnti letterarie diverse => questo giustifica il fatto che alcuni individuino caratteristiche stilistiche e di sostanza diverse fra racconto e novella
La versione che mi convince di più, però, è che non vi sia alcuna differenza sostanziale fra i due termini, se non l'abitudine all'uso: si utilizzava il termine novella fino all'inizio del '900 e, più di recente, ha preso il sopravvento l'uso della parola racconto, come risulta, per esempio dalla scansione di questo libro di testo e da questa voce della Treccani ragazzi. Semplicemente, lo stile e l'approccio di un tempo alla letteratura (e quindi a quelle che di solito chiamiamo novelle) era diverso da quello moderno (e quindi a quelli che chiamiamo racconti), ma questo è intrinseco al periodo e non legato a una vera differenza semantica fra le due parole.
Personalmente, perciò, continuerò a chiamare le "storielle" che mi diverto a scrivere, "racconti" (a meno che non crescano fino a divenire romanzi) e "novelle" quelle della letteratura classica.

PS La foto d'apertura non c'entra niente, ma, per una volta, volevo mettere una foto scattata da me, invece di una pescata in rete

giovedì 14 aprile 2016

Si può salvare il nostro pianeta?

Siamo nel bel mezzo di un’emergenza ecologica che minaccia di cambiare, in pochi anni, il nostro mondo. Non se ne parla molto. Anzi, ho la sensazione che se ne parlasse molto di più quand’ero piccolo. All'epoca ero sensibile ed estremista, come tutti i bambini e litigavo con mia madre perché aveva una pelliccia, dicevo che appena grande mi sarei iscritto al WWF ed ero convinto che, da grande, avrei votato i Verdi.
Poi sono cresciuto e ho capito che il mondo è molto più complesso degli slogan di cui riempiamo la testa dei bambini. Non che la mia “sensibilità ecologica” sia svanita del tutto, ma ho capito che non basta pronunciare uno slogan, né dire che qualcosa non va bene senza proporre un’alternativa applicabile, e che non si può credere alle favole (la fonte magica di energia pulita di alcuni film o dei complottisti) perché vale sempre il secondo principio della termodinamica.
Sta di fatto che l’emergenza ecologica esisteva quand’ero piccolo, esiste ancora e, all’orizzonte, non sembrano esserci segni di miglioramento.
Quali sono le alternative?
Qualcuno parla di “sostenibilità”. L’Europa sembra pure crederci. Che significa sostenibilità? Significa ammorbidire l’economia perché la “crescita” e il consumo non siano superiori a quello che la Terra potrebbe sopportare e fare della protezione dell’ambiente un "valore economico": riciclare e riutilizzare, far pagare chi inquina in modo che gli convenga non farlo, produrre da fonti rinnovabili, ecc. Funziona? Sembrerebbe di no: siamo in troppi sulla Terra e, come amano dire gli americani, non esistono pasti gratis. Produrre carburante e plastica dai cereali (carburante rinnovabile, è vero, ma bruciarlo non è così pulito) significa togliere cibo. Riciclare plastica e carta implica comunque un processo produttivo industriale, in ogni caso inquinante. Le industrie, costrette a spendere soldi per essere sostenibili, chiudono gli impianti e se ne vanno in zone più povere che non hanno tempo di imporre vincoli ambientali. Potrei continuare a lungo, ma volevo solo dare l''idea.
Altri parlano di decrescita felice cioè di cambiare completamente stile di vita: autoprodurre cibo, vestiti e tutto ciò che ci serve, lavorare meno perché si ha bisogno di meno soldi, rinunciare a tanti supporti tecnologici, e così via. In pratica, significherebbe tornare indietro. Funziona? Forse potrebbe, ma non vedo come si possano convincere milioni di persone a farlo.
La verità è che bisognerebbe almeno provare ad agire per davvero, in un nodo o nell'altro, e farlo in prima persona: non basta (o non serve) votare SI a un referendum poco chiaro e poi mettersi in macchina e bruciare carburante per andare, con la coscienza pulita, a fare una gita  “fuori porta”.

Dovremmo impegnarci, giorno per giorno, a essere un po’ più che sostenibili e un po’ meno che “decrescisti” e farlo tutti insieme. Ricordo un episodio di “Ai confini della realtà” (L’Ambasciatore) in cui un alieno si presentava alle Nazioni Unite annunciando di voler distruggere la Terra perché la nostra specie non si era dimostrata degna di esistere. Di fronte a questa minaccia le nazioni del pianeta riuscivano a stipulare una pace globale… Sarebbe il momento di unirci davvero tutti di fronte alla minaccia della distruzione del nostro pianeta. Ammesso che la nostra specie ne sia capace.

PS La vignetta l'ho presa qui

lunedì 4 aprile 2016

Mamma Google


Non è da molto che posseggo uno Smart Phone e ancora mi stupisco di quanta iniziativa abbia il mio.
Per esempio, venerdì sera siamo stati in pizzeria con degli amici. In effetti era tanto che non facevo tardi. Così Android si deve essere preoccupato e ci ha tenuto a segnalarmi che stava per passare l'ultimo bus per tornare a casa e, se mi fossi mosso entro 10 minuti, avrei fatto in tempo a prenderlo.
Non so se commuovermi di più per le attenzioni che mi riserva Google o per la sollecitudine con cui Facebook mi fa gli auguri di compleanno e mi riporta alla mente i bei ricordi che abbiamo condiviso... Al posto dell'Intelligenza Artificiale, stiamo creando l'Amicizia Artificiale?

martedì 13 ottobre 2015

Ebbene, The Martian l'ho visto pure io...

“The Martian” (mi rifiuto di chiamarlo con il brutto titolo italiano) è (insieme a Inside Out) il film del momento e ne hanno parlato praticamente tutti i blog che seguo… Cosa potrei dire in più? Niente.
Dato, però, che la ricerca del tempo per andare al cinema è diventato, per me, l’equivalente di una caccia al tesoro, il fatto di averlo visto in sala mi riempie di tale entusiasmo che qualcosa volevo scriverlo pure io.

Cominciamo: avevo letto il libro e ne ero rimasto entusiasta. Pur riconoscendo e non potendo negare i limiti presenti in alcune critiche trovate in rete (scarso spessore psicologico dei personaggi, protagonista privo di veri cedimenti anche nelle situazioni disperate, semplicismo del messaggio che chiude il libro…) francamente non riesco a dare peso a questi elementi. Probabilmente per la letteratura non sarà un capolavoro, ma il romanzo mi ha divertito, appassionato e, soprattutto, mi ha dato una folata di ottimismo non indifferente. Sono abituato a leggere romanzi dai toni cupi, distopici, privi di speranza e, a chi si lamenta dell’eccessivo pessimismo della fantascienza contemporanea di solito, pongo l'obiezione che ormai non si può guardare al futuro senza averne paura. Eppure questo libro mi ha in parte fatto ricredere: forse hanno ragione quegli scrittori che proclamano la necessità di una fantascienza ottimista (http://www.fantascienza.com/11555/e-il-momento-della-fantascienza-ottimista) come stimolo a creare un futuro migliore. O almeno, qualche libro più positivo di tanto in tanto fa bene leggerlo.

Ma veniamo al film: ero preoccupato dall’eccessiva semplificazione che il mezzo cinematografico avrebbe comportato (come in effetti è stato: riduzione all’osso delle spiegazioni, eliminazioni delle difficoltà del viaggio verso il cratere Schiapparelli, scena finale spettacolarizzata con quell’aggancio al volo che… vabbè…). Però, globalmente, il film mi ha lasciato soddisfatto: il senso del libro non si perde, senza che sia necessario sottolinearlo esplicitamente e con troppa retorica (il primo trailer faceva pensare il contrario), la complessità dell’organizzazione della NASA non viene toccata (temevo in un crollo del numero dei personaggi) e l’umorismo del personaggio passa, senza essere inserito in maniera eccessiva (comprimendo il tutto in due ore, il rischio c’era).
Insomma, un buon lavoro che vale la pena vedere. Certo, se davvero volete stare insieme Watney su Marte per lungo tempo e vivere la difficoltà di un posto così alieno, dovete leggere il libro: il film passa troppo in fretta e quasi non ci si rende conto di quanto sia durata la sua permanenza. Ma il libro è quasi sempre più bello del film, no?

martedì 9 giugno 2015

Esordienti? Aspiranti? Proposta di una definizione alternativa


Quando parlo di me in relazione alla scrittura, non so mai che termine usare. Che significa scrittore "esordiente"? Uno che ha appena pubblicato il suo primo romanzo? O il suo primo racconto? O che ci sta provando? Boh?
E "aspirante" scrittore? Uno che vorrebbe scrivere e non sa come si fa? O, forse, uno che aspira a vivere di scrittura (forse, allora, sarebbe meglio chiamarlo "illuso"...)?
Qualcuno prova a usare un ironico "scribacchino" o un modesto "scrivente" o a aggirare il problema definendosi "autore".
Andando a cercare "scrittore" sul dizionario (nello specifico sul Garzanti on-line) leggo la seguente definizione: 
chi scrive opere con intento artistico; 
chi si dedica all’attività letteraria
Dunque, basta metterci l'intento artistico e si può aggiungere, sulla propria pagina facebook, la dizione "Pinco Pallino Scrittore"? Il problema, rispetto ad altri ambiti, è che non esiste un albo che permetta di essere legittimati a scrivere sulla propria cassetta della posta "Scritt. Pinco Pallino", a differenza, per esempio, con la professione di giornalista. 
Capiamoci bene: non voglio assolutamente proporre la creazione di un albo degli scrittori. Semplicemente, suggerisco a chi, come me, è abbastanza conscio dei propri limiti da non pretendere di mettersi allo stesso livello di chi libri ne ha pubblicati tanti e magari con un discreto successo e un minimo di ritorno economico, di smetterla di esordire, di aspirare, di scribacchiare e di definire se stesso come "scrittore per diletto".
Mi date una mano a far diffondere questa nuova dizione?

martedì 19 maggio 2015

il pH dei vestiti


Che la lingua sia una “cosa viva” e che modifiche, contaminazioni, evoluzioni siano intrinseche alla sua natura, lo insegnano già a scuola. Sappiamo bene, anche, che uno dei risultati di questo processo è l’integrazione di migliaia di parole inglesi nell’italiano. Ricordo la mia insegnante di lettere del liceo sostenere che avremmo dovuto dire “vado al cinema a vedere una pellicola” piuttosto che “un film”. Negli ultimi anni, invece, la diffusione esplosiva dei dispositivi tecnologici e della rete ha moltiplicato a dismisura l’uso dell’inglese, in modo quasi inevitabile e ogni resistenza è vana. Per esempio, vi sto scrivendo questo articolo col WORD PROCESSOR su un PERSONAL COMPUTER, poi lo manderò via MAIL a Davide per la revisione e lo POSTEREMO sul BLOG. A quel punto ogni navigatore del WEB potrà leggerlo col suo BROWSER, persino tramite TABLET o SMARTPHONE.
C’è però una deviazione forse peggiore: il tentativo di trasporre in italiano dei termini stranieri, non così come sono, ma “italianizzandoli”. Ce n’è uno anche nella mia frase d’esempio: ve ne siete accorti? L’uso di queste parole cacofoniche mi capita spessissimo nel lavoro, dove il linguaggio è guastato dal contesto tecnologico-informatico. Qui vengono fuori delle perle come CUSTOMIZZARE (da customization…prima o poi, purtroppo, capiterà anche a voi di sentire parlare di customizzazione di massa…) al posto di personalizzare, “dobbiamo fare un PILOTA” (da Pilot) al posto di Esperimento Pilota e l’ormai diffusissimo  “ci vediamo settimana prossima” (see you next week), dove eliminando l’articolo forse ci illudiamo di sprecare meno tempo. Altre volte traduciamo, ma rimaniamo fedeli alla costruzione inglese, con un effetto meno disarmonico ma comunque prono ai modi di dire stranieri. Per esempio, il challenging objective, frequentissimo nei documenti di progettodiventa, in italiano, obiettivo sfidante.
Nel gergo lavorativo faccio sempre più fatica a evitare simili obbrobri, ma credevo che la lingua comune ne fosse un po’ più immune. Invece questo fenomeno è dilagante. Per esempio, qualche giorno fa, comprando i vestiti per mia figlia, la commessa continuava a dire: “questo è un modello basico”, “questa è una maglietta basica”. Il mio cervello, abituato a divertirsi come un bambino con i giochi di parole, ha cominciato a chiedersi quanto fosse sano per la mia bimba indossare qualcosa con pH minore di sette. Che ci fosse dell’ammoniaca su quel tessuto? Perché, in italiano,la parola “basico” si riferisce esclusivamente al concetto chimico simmetrico di acido (potete verificare sul dizionario). Basterebbe poco per tradurre il “basic” scritto sull’etichetta dei vestiti in “modello base”, ma la verità è che, ognuno di noi, nel suo piccolo, si assuefà a simili termini e finisce per scambiarli per italiano corretto. Un po’ come se mangiassimo gli spaghetti col ketchup senza accorgerci della differenza. Forse, la soluzione potrebbe essere quella di aiutarci, l’un l’altro, a prendere coscienza di parole o espressioni pseudo-tradotte, che usiamo ogni giorno senza pensarci.
A voi viene in mente qualche caso simile?

lunedì 23 giugno 2014

Energia e futuro


Si sente spesso dire in giro che la soluzione per il problema energetico c'è, è già disponibile e non viene applicata solo per colpa delle multinazionali, che bloccano ricerca e realizzazione per via dei loro interessi economici.
Quale sia poi quella soluzione, varia di volta in volta: quando va bene parliamo di rinnovabili, altrimenti si tirano in ballo misteriosi esperimenti di Tesla o altre fonti inesauribili e magiche.
Chiarisco subito: non sono un difensore delle multinazionali. Credo anche io che, quando l'unico criterio di scelta è il denaro, gli interessi dell'umanità e del pianeta passino in secondo luogo.
Il problema, però, è che la posizione espressa qui sopra è un comodo cuscino su cui far dormire la nostra coscienza. Ci sono dei cattivi che impediscono il progresso della scienza e quindi io non ho colpa.
La verità è che allo stato attuale, se vogliamo consumare come consumiamo, non c'è fonte alternativa che tenga.
Facciamo un esempio.
Il sole, dice qualcuno, riversa sulla terra ogni giorno una quantità di energia che è di gran lunga superiore ai nostri fabbisogni. Vero. Solo che noi non siamo piante: quell'energia non possiamo usarla così com'è, ma dobbiamo trasformarla. E qui cominciano i dolori di pancia: trasformarla significa usare processi inquinanti, per creare degli oggetti che, quando saranno dismessi, avranno un impatto non indifferente sull'ambiente. Inoltre per costruire i pannelli solari (ma anche le pale eoliche) occorrono degli elementi, chiamati Terre Rare, che, per l'appunto sono rare, stanno diminuendo in maniera preoccupante e si trovano soprattutto in Cina (alla faccia di chi dice che con le rinnovabili ci libereremmo dalla schiavitù verso pochi paesi possessori degli idrocarburi).
Oltre a ciò, c'è un problema di rete elettrica: l'energia non basta produrla, ma occorre anche portarla fino a casa. La rete elettrica ha un limite: l'energia elettrica in ingresso deve essere uguale, istante per istante a quella in uscita (e se questa condizione non venisse rispettata, avremmo un bel black-out) e quindi occorre gestire questo delicato equilibrio. I pannelli solari, inoltre, non avendo sistemi rotanti, non hanno inerzia rotatoria (che contribuisce a mantenere costante la frequenza della rete, ancora più importante della tensione). Per risolvere tutti questi problemi, si sta lavorando sulle Smart Grid e sull'immagazinamento dell'energia elettrica, ma anche le batterie necessarie a immagazzinarla contengono sostanze inquinanti (e derivano da processi inquinanti).
Insomma, la seconda legge della Termodinamica è sempre lì al varco ad attenderci, quando parliamo di energia.

Non c'è soluzione allora?
Personalmente mi sto convincendo sempre più che l'unica sarebbe cambiare stile di vita... Una società in cui i cittadini vengono ormai chiamati "consumatori" non può che consumare il mondo e produrre montagne di spazzatura e di sostanze nocive. Invece di chiederci come fare a eliminare la spazzatura e come produrre sempre più energia senza impattare sul mondo, iniziamo a chiederci: abbiamo davvero bisogno di consumare così tanto?

Permettetemi di fare una similitudine, per spiegare meglio il mio pensiero. Fino a poco tempo fa, si inscenavano delle gran proteste contro le antenne della rete cellulare messe in città, su palazzi o vicino a scuole. La gente non le voleva, temendo (e forse non a torto... prima o poi lo scopriremo) l'effetto delle onde elettromagnetiche. Quelle stesse persone, però, non pensavano neanche lontanamente a rinunciare al telefono cellulare. Volevano che prendesse sempre e ovunque, ma non volevano le antenne.
Il fatto è che, per come funziona una rete cellulare e per le leggi della fisica, una simile rete non si può realizzare in altro modo: non posso pensare di coprire un'intera città con una sola antenna messa ben distante e dare il servizio a ogni cittadino. Se non vi fidate, andate a leggervi qualcosa sul funzionamento dei cellulari.
Insomma, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, il telefono che prende ovunque e l'antenna a cento km di distanza, il livello di consumo energetico che abbiamo oggi e impatto zero sull'ambiente.
Dobbiamo scegliere.
Altrimenti sarà la il Futuro a scegliere per noi.

lunedì 24 giugno 2013

Quando i racconti vanno a passeggio...


Ieri si è svolta ad Arezzo la "Giornata nazionale di LaAV" dove LaAV sta per Letture ad Alta Voce. 
Sono certo sia stata una bella manifestazione, fra musica e parole. In programma alle 11:00 era prevista "La lettura è femmina dall'antologia 365 Storie d'amore curata da Franco Forte".
Ho scoperto, con un emozione e gratitudine , che il mio racconto "Ritratto di donna in attesa" (nella pagina dell'1 Febbraio" di questo libro), è stato letto in questa occasione.
Non posso che immaginare le parole che ho scritto uscire a cavallo della voce appassionata di un lettore a me sconosciuto e andarsene a passeggio per la piazza ed entrare nelle orecchie e risuonare nella mente di chi era lì presente, magari attrarre, per un attimo, l'attenzione di un passante e poi disperdesi nell'aria lì attorno.
Ma questa scena, anche se solo immaginata, mi fa scorrere un brivido nelle dita, quel brivido per cui vale la pena passare notti insonni a scrivere.