Visualizzazione post con etichetta Let's speak italiano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Let's speak italiano. Mostra tutti i post

giovedì 21 luglio 2016

Non sarà un'avventura!



Lunedì mattina facevo colazione guardando il TG5 (Scusate, non volevo! In realtà aspettavo solo le previsioni del tempo), quando la giornalista ha annunciato: "brutta avventura per una ragazza di sedici anni...".
Mi sono preparato a sorpendermi e sorridere, ascoltando una storia del tipo "rimasta chiusa al buio in ascensore per sei ore ma salvata dai pompieri" o "smarritasi in un bosco al calar della sera ma ritrovata sana e salva la mattina". Invece no. Ha continuato così: "...violentata da due nord africani in un parco di Roma!"
Cosa???? Essere violentata è diventata un'avventura?
Sarà stato un lapsus, ho pensato, ma ecco che parte il servizio e il giornalista  (questa volta uomo) usa la stessa espressione!
Prima di dare giudizi definitivi, però, voglio essere sicuro, mi sono detto. Magari sono io a non conoscere bene l'italiano.
Sono andato a controllare sul dizionario:
- La Garzanti on line, alla parola avventura, riporta:

  1. avvenimento singolare o straordinario; impresa rischiosa e affascinante: una vita piena d’avventure; un’avventura a lieto fine | situazione nella quale ci si viene a trovare senza averne previsto i rischi; iniziativa sconsiderata: l’azienda fu trascinata in un’avventura
  2. breve relazione amorosa non impegnativa: un’avventura estiva dim. avventuretta
  3. (ant.) buona sorte, fortuna

- La Treccani on line conferma:

  1. Caso inaspettato, avvenimento singolare e straordinario
  2. Impresa rischiosa ma attraente e piena di fascino per ciò che vi è in essa d’ignoto o d’inaspettato

Ora, non so che idea abbiano i giornalisti del TG5 della violenza carnale, ma essere violentata non è un'impresa rischiosa e affascinante, nè un avvenimento singolare e straordinario.Potevano dire sventura, sciagura, ma avventura, seppure brutta, proprio no!
Attenzione, però, uno dei significati della Garzanti, si apre a un'altra prospettiva, inquietante considerando che è veicolata non da una chiacchiera da bar, ma da un telegiornale nazionale: "situazione nella quale ci si viene a trovare senza averne previsto i rischi; iniziativa sconsiderata". Come a dire, che un po' se l'era cercata, che è un guaio in cui si era andata a cacciare, magari pure meritandoselo pure.. 

lunedì 18 luglio 2016

Succubì, succubè, succubò...


In una celebre scena di Totò Fabrizi e i giovani d'oggi, nel corso di un dialogo con con la foglia, Totò dice: "Vuoi dire che sono succube di tua madre?".
Lei lo corregge: "succubo si dice!" e, di fronte al suo scetticismo, glielo mostra sul vocabolario.
Mi è sempre rimasto il dubbio, in proposito, e così sono andato a controllare.
Ebbene, da un punto di vista grammaticale, sono valide sia la forma invariabile fra maschile e femminile "succube" (che deriva dal francese) che le versioni "succubo" (al maschile) e "succuba" (al femminile). C'è da aggiungere che le ultime due, oggi, sono abbastanza rare e se le usassimo nel parlato daremmo l'impressione di esprimerci come un libro stampato. Meglio il francesismo, allora.
Ma da dove viene questo termine? Dal latino sub + cubare, ovvero "giacere sotto", "sottomettersi a rapporto sessuale" e in origine indicava dei demoni, i cui rappresentanti femminili avevano rapporti con gli uomini, allo scopo di rubare loro il seme che, a loro volta, i demoni maschili avrebbero usato per fecondare le proprie vittime. Insomma, un'ottima scusa per le polluzioni notturne e le gravidanze indesiderate.

giovedì 23 giugno 2016

Il duplice significato della parola "tempo"


Immagine presa da qui

Mi ha sempre colpito come, in italiano, la parola tempo abbia tanto il senso cronologico (quello che gli inglesi chiamano time) quanto quello meteorologico (il weather inglese).
Mi sembrava che il duplice significato potesse derivare dal fatto che se il tempo (meteo) è buono si possa pensare di trascorrere bene il tempo (crono).
In realtà, andando a guardare sul libro "Parole nomadi" di Umberto Galimberti, la questione sembra molto pià complessa.
Prima di tutto, questa ambiguità non è valida solo per l'italiano ma, in generale, per le lingue neolatine. Inoltre, anche fra i linguisti, l'etimologia della parola è stata a lungo dibattuta.
Attualmente sembra che la parola latina tempus, derivi da termini pià antichi: tempestus che significa "tempestivo" e temperare (cioè "miscelare"). Si mettono insieme quindi concetti diversi che riguardano la tempestività, la tempesta, la temperatura (che miscela calore, freddo) dando origine a una parola ambivalente.

giovedì 10 marzo 2016

Un bel post "sfidante"...


La lingua è viva ed evolve, l'inglese c'influenza e "sporca l'italiano" e... bla, bla... queste cose le dicevo già parlando del "pH dei vestiti".
Riprendo il discorso a proposito di un altro modo di dire che, piano piano, si sta infiltrando nell'italiano: "sfidante".
Molti di voi, leggendo questa parola, avranno immaginato, com'è giusto, un pugile che sale sul ring per affrontare il detentore del titolo. Altri, però, avranno visualizzato una di quelle riunioni infinite in cui sentono ripete che "l'obiettivo che ci siamo posti è davvero sfidante".
Cosa dice il dizionario in proposito?
Andando a consultare il Garzanti on-line trovo:
chi sfida a una prova sportiva o d’altro genere, o a duello: la squadra, il pugile sfidante; lo sfidante ha rinunciato all’incontro.
 Word Reference dice:
(agg. e s.m. e f.) La parte che ha lanciato la sfida, proponendo il confronto o il duello.
 E allora? Da dove viene il nuovo uso della parola che si sente sempre più spesso in riunioni lavorative e si legge persino su documenti e libri? (Nella figura qui sotto, per esempio, potete vedere un brano del libro "Nuovi modelli di coaching" Di Granchi and Partners)


Come al solito, arriva direttamente dall'inglese. Se avete familiarità con i documenti europei di programmazione e strategia, l'avrete incontrato spesso. In caso contrario, locuzioni tipiche sono: "challenging objective", "challenging projects", ecc.

Devo ammettere che l'espressione ha una certa forza e non mi stupirei se in un futuro prossimo finisse nello Zingarelli. Al momento, però, si muove ancora nel limbo dell'uso non completamente corretto ma diffuso.

martedì 9 giugno 2015

Esordienti? Aspiranti? Proposta di una definizione alternativa


Quando parlo di me in relazione alla scrittura, non so mai che termine usare. Che significa scrittore "esordiente"? Uno che ha appena pubblicato il suo primo romanzo? O il suo primo racconto? O che ci sta provando? Boh?
E "aspirante" scrittore? Uno che vorrebbe scrivere e non sa come si fa? O, forse, uno che aspira a vivere di scrittura (forse, allora, sarebbe meglio chiamarlo "illuso"...)?
Qualcuno prova a usare un ironico "scribacchino" o un modesto "scrivente" o a aggirare il problema definendosi "autore".
Andando a cercare "scrittore" sul dizionario (nello specifico sul Garzanti on-line) leggo la seguente definizione: 
chi scrive opere con intento artistico; 
chi si dedica all’attività letteraria
Dunque, basta metterci l'intento artistico e si può aggiungere, sulla propria pagina facebook, la dizione "Pinco Pallino Scrittore"? Il problema, rispetto ad altri ambiti, è che non esiste un albo che permetta di essere legittimati a scrivere sulla propria cassetta della posta "Scritt. Pinco Pallino", a differenza, per esempio, con la professione di giornalista. 
Capiamoci bene: non voglio assolutamente proporre la creazione di un albo degli scrittori. Semplicemente, suggerisco a chi, come me, è abbastanza conscio dei propri limiti da non pretendere di mettersi allo stesso livello di chi libri ne ha pubblicati tanti e magari con un discreto successo e un minimo di ritorno economico, di smetterla di esordire, di aspirare, di scribacchiare e di definire se stesso come "scrittore per diletto".
Mi date una mano a far diffondere questa nuova dizione?

martedì 19 maggio 2015

il pH dei vestiti


Che la lingua sia una “cosa viva” e che modifiche, contaminazioni, evoluzioni siano intrinseche alla sua natura, lo insegnano già a scuola. Sappiamo bene, anche, che uno dei risultati di questo processo è l’integrazione di migliaia di parole inglesi nell’italiano. Ricordo la mia insegnante di lettere del liceo sostenere che avremmo dovuto dire “vado al cinema a vedere una pellicola” piuttosto che “un film”. Negli ultimi anni, invece, la diffusione esplosiva dei dispositivi tecnologici e della rete ha moltiplicato a dismisura l’uso dell’inglese, in modo quasi inevitabile e ogni resistenza è vana. Per esempio, vi sto scrivendo questo articolo col WORD PROCESSOR su un PERSONAL COMPUTER, poi lo manderò via MAIL a Davide per la revisione e lo POSTEREMO sul BLOG. A quel punto ogni navigatore del WEB potrà leggerlo col suo BROWSER, persino tramite TABLET o SMARTPHONE.
C’è però una deviazione forse peggiore: il tentativo di trasporre in italiano dei termini stranieri, non così come sono, ma “italianizzandoli”. Ce n’è uno anche nella mia frase d’esempio: ve ne siete accorti? L’uso di queste parole cacofoniche mi capita spessissimo nel lavoro, dove il linguaggio è guastato dal contesto tecnologico-informatico. Qui vengono fuori delle perle come CUSTOMIZZARE (da customization…prima o poi, purtroppo, capiterà anche a voi di sentire parlare di customizzazione di massa…) al posto di personalizzare, “dobbiamo fare un PILOTA” (da Pilot) al posto di Esperimento Pilota e l’ormai diffusissimo  “ci vediamo settimana prossima” (see you next week), dove eliminando l’articolo forse ci illudiamo di sprecare meno tempo. Altre volte traduciamo, ma rimaniamo fedeli alla costruzione inglese, con un effetto meno disarmonico ma comunque prono ai modi di dire stranieri. Per esempio, il challenging objective, frequentissimo nei documenti di progetto, diventa, in italiano, obiettivo sfidante.
Nel gergo lavorativo faccio sempre più fatica a evitare simili obbrobri, ma credevo che la lingua comune ne fosse un po’ più immune. Invece questo fenomeno è dilagante. Per esempio, qualche giorno fa, comprando i vestiti per mia figlia, la commessa continuava a dire: “questo è un modello basico”, “questa è una maglietta basica”. Il mio cervello, abituato a divertirsi come un bambino con i giochi di parole, ha cominciato a chiedersi quanto fosse sano per la mia bimba indossare qualcosa con pH minore di sette. Che ci fosse dell’ammoniaca su quel tessuto? Perché, in italiano,la parola “basico” si riferisce esclusivamente al concetto chimico simmetrico di acido (potete verificare sul dizionario). Basterebbe poco per tradurre il “basic” scritto sull’etichetta dei vestiti in “modello base”, ma la verità è che, ognuno di noi, nel suo piccolo, si assuefà a simili termini e finisce per scambiarli per italiano corretto. Un po’ come se mangiassimo gli spaghetti col ketchup senza accorgerci della differenza. Forse, la soluzione potrebbe essere quella di aiutarci, l’un l’altro, a prendere coscienza di parole o espressioni pseudo-tradotte, che usiamo ogni giorno senza pensarci.
A voi viene in mente qualche caso simile?