domenica 24 marzo 2013

Esordienti senza "umiltè"


Scrivere è facile: basta avere una penna e un foglio o un computer con word. Scrivere sembra alla portata di tutti: ce l’hanno insegnato a scuola, con centinaia di pensierini e temi.
Scrivere bene, invece, è difficile e non ce l'ha insegnato nessuno. E anche leggere bene è un arte che gli insegnanti si scordano di passare agli alunni. Ci hanno inculcato bene, invece, il mito dello scrittore romantico, il gran talentuoso che soffre e poi, poggiando la penna sul foglio tramuta i propri sentimenti in arte pura e distillata.
Così, il 90% di noi ha preso in mano una penna, da adolescente, e ha buttato giù versi sgraziati, magari con rima baciata, convincendosi di essere un gran poeta.
Quando, poi, crescono, questi poeti scrivono il primo romanzo e pretendono di vederlo sui banchi della Feltrinelli. Non ritengono di aver nulla da imparare, di dover fare gavetta, a volte nemmeno di dover rileggere e correggere ciò che hanno scritto (“l’ho scritto di getto, è la voce del mio cuore”).
Basterebbe guardarsi un po’ intorno in rete e scoprire che ci sono un sacco di posti dove farsi leggere e correggere (basta essere disposti, in cambio, a dare un po’ di tempo per gli scritti altrui). Solo chi mette un po’ da parte l’ego ed è disposto ad ascoltare le critiche sensate degli altri, può migliorare e arrivare davvero a una pubblicazione (sempre guardandosi attorno nel Web le occasioni sono tante).
Io, per esempio,  ho pubblicato, come tanti altri, racconti in diverse raccolte (certo, non è come pubblicare un romanzo, ma ripeto bisogna arrivarci per passi). Ovviamente non ci guadagno niente (se va bene un paio di libri omaggio) ma nemmeno sono costretto a spendere soldi per centinaia di volumi a pagamento che non riuscirei mai a rivendere.
Un’altra scoperta interessante è che, sebbene la soddisfazione di mettere in libreria i miei racconti, questi volumi vendono poco (tranne alcuni casi in cui, però, il tuo nome è immerso in mezzo ad altri 364…). E, a questo punto, si capisce che è ovvio che un editore ci pensi un bel po’ prima di mettere sul mercato il libro di un signor sconosciuto che, come tanti altri signori sconosciuti vogliono scrivere e pubblicare.
Questo, però, non significa che bisogna cedere alla tentazione della pubblicazione a pagamento, ma che bisogna lavorare con calma, migliorarsi, crearsi un pubblico e non pretendere di essere un genio incompreso che la cattiveria delle case editrici ha ostracizzato dal paradiso degli scrittori.

giovedì 21 marzo 2013

Premio Italia 2013

Segnalo che è possibile votare, per il Premio Italia 2013, il mio racconto comparso in Fantaweb 2.0 nel caso qualcuno degli aventi diritto al voto passasse di qui.
Ricordo che hanno diritto al voto:  gli iscritti alla World SF Italia (sostanzialmente i professionisti del settore che scelgono di iscriversi a questa associazione) e i partecipanti alle scorse edizioni dell'Italcon.

Allora, votate e fate votare "Angelo Frascella - La vita in un segmento - In Fantaweb 2.0"

Vi segnalo anche le altre candidature delle Edizioni della Vigna, che trovate qui.

mercoledì 20 marzo 2013

Cinguettando...


Ho cominciato, da qualche tempo, a utilizzare Twitter.
Al momento non sono di quelli che stanno lì a "cinguettare" in continuazione (a proposito: chissò com'è che Twitter è una delle poche applicazioni informatiche in cui si usa, con una certa frequenza la parola italiana anziché usare il termine inglese, come per il mouse, o, peggio ancora, italianizzarlo... "ti taggato un link che ho postato  su Facebook") o a leggere i tweet altrui.
Ma ogni tanto qualcosa ci scrivo. Piano piano i miei follower (e daie...) stanno aumentando. Uno si aspetterebbe di essere seguito da gente che è interessata a quello che scrivi. Accade sempre più spesso, invece, che mi si aggiungano stranieri, col nome straniero e che scrivono solo nella loro lingua madre.
Qualcuno più esperto di me su questo Social Network, me lo sa spiegare?

mercoledì 13 marzo 2013

Il cibo italiano è il più buono (giornata del post banale)

Questo post aderisce alla giornata del post banale indetta dal blog "strategie evolutive". 

A causa del mio lavoro mi capita, di tanto in tanto, di andare all'estero. "Beato te!" dirà qualcuno. Invece no: odio viaggiare in aereo, stare lontano da mia moglie, mia figlia e da casa mia. E poi, quando viaggio per lavoro, finisce che l'unica cosa che vedo della città in cui vaso è la sede del meeting (ad Atene, per esempio, il Partenone non l'ho visto nemmeno da lontano).
Aggiungo poi un fattore fondamentale: all'estero non sanno cucinare. E così mi tocca vedere nei piatti spaghetti scotti in bianco serviti come contorno, mangiare pesci spalmati con la marmellata, cozze prive di sapore e condite in modi improbabili ebere birre alla fragola.
Il caffè, poi, è una brodaglia imbevibile e, anche se prendi una semplice insalata, poi non c’è l’olio per condirla ma solo salse immangiabili.

Una volta il partner di progetto mi disse: andiamo a mangiare in un ristorante Thailandese buonissimo. Ricordo ancora con orrore una zuppa con robe strane che ci galleggiavano dentro. Ma i peggiori sono i partner che, per essere cortesi, ti portano in un ristorante italiano, che italiano non è. E allora riuscire a dribblare le pessime portate finto-italiane del menù diventa difficilissimo.

Bene, ho detto quello che volevo dire. Oh, ma è già finita questa cosa del post banale? No, perché avrei un sacco di cose da dire, tipo su Roma che è bella da turisti ma guai a viverci, sull'italiano che è la lingua più bella di tutte... ehi, dove andate, tornate qui...